L’altro giorno ho incontrato per caso una ragazza che non vedevo da almeno 15 anni, quelle che vedi l’estate al mare per tre o quattro anni e ti dimentichi il nome, il colore di capelli, i lineamenti del viso.
Due chiacchere che passano dal “come sei cambiato” al “sempre magro, eh?” e finisci a sorridere su qualsiasi cosa o ricordo; in questi casi ti addentri in argomenti banali e scontati, figli della distanza incolmabile e della situazione inaspettata.
Poi arrivi inevitabilmente a parlare di giovani, non giovani, lavoro, disoccupazione, prospettive, amicizie. Insomma, per me è naturale nominare la parola *internet* più volte quando tratto queste tematiche. Per lei no, e me ne rendo subito conto.
Sapete, lei è una ragazza che vive in un paesino sperduto della Calabria, lavora in un supermercato – “sistemo i prodotti sugli scaffali”, mi dice – ha una figlia di 2 anni, un marito che definisce “adorabile”. Internet non sa nemmeno se è un componente che monti all’interno di quella cosa che chiama computer. Diventa difficile spiegarle che per me è un lavoro, uno strumento di comunicazione, un modo per interessarmi a tematiche nuove.
Non sembra nemmeno interessarle granchè, per lei quello che le racconto non sembra quasi possa essere considerata una professione. Mi confessa di aver sentito parlare di Facebook al supermercato, qualche sua collega più giovane le ha detto “una mia amica ci ha trovato anche il fidanzato”.
Non ha un pc a casa (ha la licenzia media e non ho fatto le superiori, quindi non ne ha visti molti di computer) ma lo ha usato due volte da sua cugina (per vedere le fotografie delle vacanze); non ha mai scritto una mail, ha un vecchissimo nokia 3210 (suo marito chiama una volta per dirle che la bambina non ha voglia di dormire), mi dice che “scrivere sms non mi serve, se ho bisogno di qualcosa uso il telefono”.
Insomma, anche se abbiamo la stessa età (e viviamo in Italia!), sembriamo lontanissimi io e la ragazza.
I caffè diventano due, le chiacchere divertenti “ti ricordi quando quel signore della casa di fronte provava a portarci via il pallone?”; mi ripete con espressione seria “quei lavori che fai tu, si fanno solo a Milano, qui siamo costretti a sporcarci le mani”.
Poi quando saluto, un po’ mi dispiace.
In altri casi saremmo diventati amici su Facebook, ci saremmo scritti una mail di tanto in tanto, forse qualche sms. In questo caso no, la rivedrò, se la fortuna ci assiste, tra altri 15 anni. Ma sarà diverso: perchè sua figlia che oggi ha solo 2 anni, crescerà e le racconterà cos’è internet, perché lì dentro trova gli amici e che serve anche per studiare.
Io avrò solo 45 anni e chissà, forse riempirò gli scaffali di un supermercato.



